REPERTORI DEL PASSATO ED ESIGENZE DEL PRESENTE
Lettera 80
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Ecco il terzo articolo firmato dal Maestro Aurelio Porfiri per proseguire la serie di lettere di Paix liturgique dedicate al rapporto fra la musica liturgica e la forma straordinaria del rito romano.



Nel campo della musica liturgica abbiamo assistito a liti furibonde fra coloro che difendevano i diritti del patrimonio tradizionale e coloro che difendevano i diritti della contemporaneità dei repertori. Ora, ci sarebbe senz'altro da intendersi su cosa si intende per contemporaneità.

Se vi fate un giro sui siti americani che offrono lavoro ai musicisti di chiesa, noterete che ci si riferisce al "contemporary choir" intendendo questa contemporaneità nel senso di cantare in stile pop, rock e via dicendo. Ma in realtà ci sono migliaia e migliaia di musicista di chiesa che sono pienamente "contemporaries" (essendo vivi oltre ogni ragionevole dubbio) e che ancora si rifanno ad una sapienza antica (cioè perenne) quando devono scrivere per la liturgia, senza dover affannarsi appresso alle mode culturali imposte dalle grandi majors discografiche che fanno e disfanno mode musicali per proporre materiale sempre nuovo e realizzare guadagni sempre maggiori. Quindi dobbiamo prima di tutto riappropriarci del senso del contemporaneo, un contemporaneo che vuol dire il meglio che abbiamo oggi, non il risultato della colonizzazione di una industria culturale che segue le sue direzioni che non sono, naturalmente, di natura spirituale.

Canto gregoriano e polifonia

Quando parliamo di repertori del passato nella liturgia, non possiamo non riferirci alle grandi tradizioni musicali che hanno arricchito la celebrazione eucaristica negli ultimi due millenni, primi fra tutti il canto gregoriano e la polifonia rinascimentale. Queste sono due glorie grandi della nostra tradizione e dobbiamo sfuggire il rischio che le si faccia diventare un "bene culturale" nel senso museale del termine. Se questi repertori non sono fecondi ma li si osserva allo stesso modo di coloro che passeggiano per le sale di un museo ad osservare dei dipinti che magari sono stati rimossi dal loro ambiente naturale per essere ordinati con criteri che sono al di fuori delle intenzioni degli artisti creatori delle opere stesse, si sta tradendo l'essenza di questi repertori.

L'arte non è efficace quando noi la controlliamo, ma è efficace quando ci controlla. Dobbiamo abbandonarci all'arte nel suo ambiente naturale e nel nostro caso questo ambiente è la liturgia. Se noi "musealizziamo" questi repertori, anche nella liturgia rendendoli sterili, stiamo solo tradendo la loro essenza, la loro capacità fecondatrice, una capacità che ha dato vita in tutti i secoli alla grande musica (e alla grande arte in generale). Il filosofo Marcello Veneziani lo dice molto bene: "Il guaio è che la bellezza sta, invece il brutto avanza, si muove, parla, fa. La bellezza è inerte, passiva, inerme, mentre il brutto avanza, incede, si agita. La bellezza è un retaggio, un lignaggio, a volte una rovina, comunque declinata al passato o sperduta nell’antico, mentre la bruttezza è un linguaggio, un modo di fare, di intendere e di volere, tra la tecnica e l’amministrazione. Questa è la nostra tragedia economica e metafisica, estetica e sociale, urbanistica e letteraria. Il bello è, il brutto diviene; il bello posa, il brutto è in moto perpetuo. Il bello attiene alla sfera dell’essere ma non a quella dell’eterno e dell’immutabile. Il brutto, invece, attiene alla sfera del fare e del divenire, ed è virale, espansivo, progressivo" (Veneziani, 2015). Con il comportamento "museale" che tanti di noi hanno, si rischia di confinare e spingere questa grande bellezza della nostra tradizione nella condizione di sterilità, perché proprio per sua natura, come ci dice Veneziani, la bellezza è compresa in se stessa, mentre la bruttezza tende ad invadere. Per combattere questa invasione della bruttezza sta a noi rendere sempre feconda la bellezza, anche quella musicale. Solo in questo dialogo dinamico fra la tradizione e il presente la bellezza continua a vivere e ad essere madre feconda.

Per fare questo dobbiamo senz'altro ripensare il concetto di tradizione che molti hanno, anche in ambienti favorevoli alla forma straordinaria del rito romano. Questa idea di tradizione è legata all'idea di passato. La tradizione è il passato. Io penso che questa idea sia completamente errata. La tradizione è il futuro, la tradizione è possibilità di vita nuova che scaturisce da un fiume che scorre già da tempo immemore: "Nostalgia dell’avvenire. Espressione perfetta perché indica la circolarità del tempo, la necessità di congiungere la memoria del passato all’attesa del futuro e di restituire alla continuità tra le generazioni il senso più vivo di una tradizione che viene da lontano e si sporge nel futuro. Come ha dimostrato la storia del Novecento, il futuro senza tradizione si perde nella notte del presente: ogni tentativo di vivere il futuro cancellando l’origine ha trascinato anche il futuro nella morte della storia. Chi uccide i propri padri è destinato a sopprimere i propri figli, o a farsi uccidere da loro, per una perversa tradizione. Il futuro è la tradizione nella versione ventura, è il suo domani. Ogni nuovo inizio è un ritorno all’origine. Ma la tradizione ora è ferita, sgualcita, tradita e ne vanno ridefiniti i contorni, il lessico, i significati. Intanto, conforta notare in una società immersa, anzi sommersa, nel presente, tracce sorgive e aurorali, segni di gravidanza, cenni di futuro. Dopo di noi non verrà il diluvio, ma ci sarà il futuro degli altri. Non fummo i primi, non saremo gli ultimi" (Veneziani, 2015).

Ecco, i grandi repertori del passato dovrebbero portarci a sentire questa "nostalgia dell'avvenire", non essere un rifugio per nascondere (e non curare) un disadattamento alla società attuale (civile ed ecclesiale), disadattamento che va combattuto nel presente per il futuro, non vissuto nel presente per il passato. Del resto questi sono concetti che si trovano anche negli scritti di un altro pensatore della Tradizione come Roger Scruton che ci avverte che la tradizione non è immobilismo e culto del passato, ma necessità di fecondità per il futuro.

Dobbiamo certamente distinguere tra dinamismo e fecondità, in quanto il primo è vettore del brutto (nell'accezione che ci consegna Veneziani) mentre la fecondità ci dona un rinnovamento del bello che non è necessariamente più bello di quello che lo ha preceduto ma gli consente di rivivere nelle generazioni. In questo senso, Scruton ci fa capire che la tradizione non è istinto di accumulazione ma risorse di senso per il futuro: "Le tradizioni sociali più rilevanti non sono delle mere usanze arbitrarie, sopravvissute nel mondo moderno: sono invece forme di conoscenza, contengono ciò che resta di tanti tentativi ed errori, nati perché le persone hanno cercato di adeguare il loro comportamento al comportamento degli altri. Per dirla nel linguaggio della teoria dei giochi, le tradizioni sono le soluzioni trovate a “problemi di coordinamento” emersi nel corso del tempo. Esse esistono perché forniscono delle informazioni indispensabili, senza le quali una società non è in grado di riprodursi. Se sbadatamente le distruggiamo, avremo cancellato le garanzie offerte da una generazione a quella successiva. Quando si parla di tradizione, non s’intende un insieme di regole e di convenzioni arbitrarie: si parla delle risposte che sono state trovate a domande perenni. Queste risposte sono tacite, condivise, incarnate in pratiche sociali e in aspettative implicite. Coloro che le fanno proprie non sono necessariamente capaci di spiegarle e ancor meno di giustificarle. Per questo Burke (il filosofo, NdR) le descriveva come “pregiudizi” e le difendeva sulla base del fatto che, anche se la provvista di ragione in ogni individuo è limitata, nella società esiste un “capitale” di ragione che si può mettere in discussione e rifiutare solo a proprio rischio e pericolo. La ragione si manifesta in ciò di cui non si ragiona, e forse non si può ragionare, ed è proprio questo che scorgiamo nelle tradizioni, comprese quelle che hanno al loro cuore l’abnegazione, come l’onore militare, i vincoli familiari, le forme e i percorsi formativi, le istituzioni caritative e le regole della buona educazione" (Scruton, 2015).

Se applichiamo questo passaggio alle tradizioni liturgiche, comprese quelle musicali, abbiamo la spiegazione più ragionevole di come intendere il patrimonio tradizionale della musica liturgica e come farne uso perché esso sia un "capitale di ragione" che una generazione passa ad un altra. Quindi bisogna passare da un paradigma evoluzionistico per cui una forma migliora nelle sue evoluzioni ad uno specificatamente più adattivo, per cui una forma non è migliore della precedente in essenza ma ha alcune caratteristiche che permettono un adattamento migliore in un ambiente mutato. Purtroppo noi viviamo in un tempo in cui si preferisce spegnere fuochi e tentare di accenderne altri con cerini sempre più bagnati e dall'altra con persone che invece che custodire il fuoco ne venerano le ceneri. Questi, specialmente e con preponderanza il primo, sono atteggiamenti dominanti.

Un passato che non può tornare

Non ha senso rifugiarsi in un'idea di passato che non può tornare. L'ironia di tutto questo è che queste battaglie per "difendere la tradizione" (ma in realtà per soffocarla) sono fatte da bene intenzionati su Facebook, YouTube, Twitter, Blogs, Websites, etc. tutti strumenti tecnologici che, se fosse stata applicata la loro idea di progresso (ripetere sempre i repertori "sicuri" del passato), non sarebbero mai esistiti. Ricordiamoci che i compositori rinascimentali, che giustamente veneriamo come grandissimi maestri (e lo erano) al loro tempo facevano la loro musica contemporanea, sperimentavano, a volte scrivevano anche composizioni al limite di quello che sarebbe stato consentito. Ma oggi li riteniamo come artefici di repertori fortemente liturgici. Lo sono, certamente. Questo è possibile perché si tenevano ancorati alla grande tradizione rituale e musicale e la rinnovavano senza tradirla. Essi alimentavano il fuoco rinnovandolo nella sua immobilità. Ecco la vera tradizione, che non è quella di chi spegne il fuoco per accenderne un altro, non si sa ancora bene come.

La paura del futuro, è paura della vita. Il semplice rifugiarsi in un passato spesso idealizzato è sintomo di ben altri (e più profondi) problemi. Certamente per rinnovare i repertori del passato, essi devono essere sempre presenti. Può rinnovare solo chi è familiare con ciò che si rinnova, che non esclude che il passato continui ad esistere vicino al nuovo. Questo è esattamente il modo in cui si progredisce. Non dovrei citare la frase già stracitata che per vedere meglio dobbiamo salire sulle spalle dei giganti, ma non posso negare che in questo ci sia qualcosa di vero. Certamente non si deve dimenticare che per innovare nel senso giusto bisogna essere ancorati a quella tradizione che si cerca di alimentare. Questo è stato senz'altro uno degli errori enormi compiuti in nome della riforma liturgica, ma il rischio è che si passi dallo sradicamento alla conservazione cieca e sterile. Come detto la parola chiave per un efficace cammino nel nome della tradizione è non tanto rinnovamento, quanto fecondità.

Un criterio metodologico

In che modo i repertori della tradizione, della grande tradizione, possono dialogare con la contemporaneità? Innanzitutto dobbiamo impadronirci di nuovo dei criteri di discernimento che il magistero ha insegnato solennemente. Vera musica per la liturgia è quella che possiede alcune qualità, che vediamo identificate da questo testo dal Motu Proprio di San Pio X (22 novembre 1903): "La musica sacra, come parte integrante della solenne liturgia, ne partecipa il fine generale, che è la gloria di Dio e la santificazione e edificazione dei fedeli. Essa concorre ad accrescere il decoro e lo splendore delle cerimonie ecclesiastiche, e siccome suo officio principale è dì rivestire con acconcia melodia il testo liturgico che viene proposto all’intelligenza dei fedeli, così il suo proprio fine è di aggiungere maggiore efficacia al testo medesimo, affinché i fedeli con tale mezzo siano più facilmente eccitati alla devozione e meglio si dispongano ad accogliere in sé i frutti della grazia, che sono propri della celebrazione dei sacrosanti misteri. La musica sacra deve per conseguenza possedere nel grado migliore le qualità che sono proprie della liturgia, e precisamente la santità e la bontà delle forme, onde sorge spontaneo l’altro suo carattere, che è l’universalità. Deve essere santa, e quindi escludere ogni profanità, non solo in se medesima, ma anche nel modo onde viene proposta per parte degli esecutori. Deve essere arte vera, non essendo possibile che altrimenti abbia sull’animo di chi l’ascolta quell’efficacia, che la Chiesa intende ottenere accogliendo nella sua liturgia l’arte dei suoni. Ma dovrà insieme essere universale in questo senso, che pur concedendosi ad ogni nazione di ammettere nelle composizioni chiesastiche quelle forme particolari che costituiscono in certo modo il carattere specifico della musica loro propria, queste però devono essere in tal maniera subordinate ai caratteri generali della musica sacra, che nessuno di altra nazione all’udirle debba provarne impressione non buona".

La musica sacra (1) deve possedere santità, bontà delle forme e universalità. Ma queste caratteristiche non possono isolarsi dal quadro complessivo che viene svolto da questo testo, cioè che queste caratteristiche non sono proprie della musica sacra, ma le sono dovute in quanto sono anche pertinenti alla liturgia in se stessa. E in effetti quello che viene fuori con forza è il fatto che la musica sacra è parte integrante della liturgia e ne partecipa il fine generale rivestendo di una melodia appropriata il testo liturgico. Cosa significa? Che probabilmente a quei criteri dovremmo aggiungere un altro che ne scaturisce con forza e con naturalezza, quello della pertinenza rituale. Ora, le quattro caratteristiche precedono i gusti personali, anzi esse informano il gusto, lo formano al senso della liturgia che è alla base del nostro agire rituale, non è qualcosa che creiamo noi. Certamente la liturgia si svolge in un dato periodo storico ma non deve essere storicista, nel senso che non dobbiamo identificare nessun repertorio come un assoluto imprescindibile in se stesso, come se alcuni periodi storici siano da assolutizzare rispetto ad altri. Non pensiamo neanche che il nuovo sia un miglioramento dell'esistente, ma semplicemente una lettura alla luce della contemporaneità del grande deposito della tradizione, tradizione che non muta, ma che è sempre feconda.

Diceva Romano Amerio che "la Chiesa diviene, ma non muta" (Amerio, 1985). Ecco, in questo spirito dobbiamo sempre cercare nel nuovo la continuità con il grande fiume della tradizione, che trova sempre nuovi percorsi pur rimanendo se stesso. In fondo il punto 23 della Sacrosanctum Concilium introduceva questo criterio metodologico: "Per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso, la revisione delle singole parti della liturgia deve essere sempre preceduta da un'accurata investigazione teologica, storica e pastorale. Inoltre devono essere prese in considerazione sia le leggi generali della struttura e dello spirito della liturgia, sia l'esperienza derivante dalle più recenti riforme liturgiche e dagli indulti qua e là concessi. Infine non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti. Si evitino anche, per quanto è possibile, notevoli differenze di riti tra regioni confinanti". Ora, questo punto andrebbe commentato con dovizia di particolari, ma in questo momento concentriamoci sull'idea di "sviluppo organico" che è interessante per ciò che andiamo a dire.

Sviluppo organico

Lo sviluppo organico richiamato nel documento citato in precedenza garantisce proprio l'idea di un qualcosa che nasce da una fecondazione rispetto a qualcosa che era esistente. Presentando il libro di Dom Alcuin Reid sullo sviluppo organico nella liturgia, il Cardinale Ratzinger diceva: "Negli ultimi decenni, la questione della corretta celebrazione della liturgia è diventata sempre più uno dei punti centrali della controversia attorno al Concilio Vaticano II, ovvero a come dovrebbe essere valutato e accolto nella vita della Chiesa. Ci sono gli strenui difensori della riforma, per i quali è una colpa intollerabile che, a certe condizioni, sia stata riammessa la celebrazione della santa Eucaristia secondo l’ultima edizione del Messale prima del Concilio, quella del 1962. Allo stesso tempo, però, la liturgia è considerata come “semper reformanda”, cosicché alla fine è la singola “comunità” che fa la sua “propria” liturgia, nella quale esprime sé stessa. Un Liturgisches Kompendium protestante (“Compendio liturgico”, curato da Christian Grethlein e Günter Ruddat, Göttingen 2003) ha recentemente presentato il culto come «progetto di riforma» (pp. 13-41) riflettendo il modo di pensare anche di molti liturgisti cattolici. D’altra parte vi sono anche i critici accaniti della riforma liturgica, i quali non solo criticano la sua pratica applicazione, ma anche le sue basi conciliari. Essi vedono la salvezza solo nel totale rifiuto della riforma. Tra questi due gruppi, i riformisti radicali e i loro avversari intransigenti, viene a perdersi spesso la voce di coloro che considerano la liturgia come qualcosa di vivo, qualcosa che cresce e si rinnova nel suo essere ricevuta e nel suo attuarsi. Costoro, peraltro, in base alla stessa logica, insistono anche sul fatto che la crescita è possibile solo se viene preservata l’identità della liturgia, e sottolineano che uno sviluppo adeguato è possibile soltanto prestando attenzione alle leggi che dall’interno sostengono questo “organismo”. Come un giardiniere accompagna una pianta durante la sua crescita con la dovuta attenzione alle sue energie vitali e alle sue leggi, così anche la Chiesa dovrebbe accompagnare rispettosamente il cammino della liturgia attraverso i tempi, distinguendo ciò che aiuta e risana da ciò che violenta e distrugge. Se le cose stanno in tal modo, allora dobbiamo cercare di definire quale sia la struttura interna di un rito, nonché le sue leggi vitali, così da trovare anche le giuste strade per preservare la sua energia vitale nel mutare dei tempi, per incrementarla e rinnovarla" (Ratzinger, 2004).

Mi sembra che la direzione indicata dall'allora Cardinal Ratzinger sia quella che è in linea con una idea vera di tradizione, che non è mera conservazione museale (2). Questa è anche la linea seguita in filosofia e teologia da grandi pensatori, come per esempio Cornelio Fabro (1911-1995), che pur rimanendo fedele all'essenza del Tomismo si definiva pensatore anti-sistema e cercava di dialogare con la cultura contemporanea senza cadere nelle sue trappole. Io non credo ci sia pensatore anche di intendimenti conservatori in fatto di dottrina cattolica che ritenga Cornelio Fabro non ortodosso, eppure egli riuscì a formulare una sintesi aristotelica e platonica nel pensiero di San Tommaso d'Aquino. Il filosofo ed allievo di Cornelio Fabro, Juan José Sanguineti, così affermava: "Cornelio Fabro mi ha fatto scoprire un Tommaso d'Aquino nuovo, di una profondità metafisica che prima mi era nascosta, capace di "dialogare" con i più grandi filosofi della storia, come Aristotele, Platone, Hegel e Heidegger" (Goglia, 2010, p. 272). Ecco, non si dovrà temere la fecondità della tradizione e metterla a confronto con ciò che di buono c'è nella contemporaneità, senza naturalmente che si rinneghi le incarnazioni più riuscite della stessa nel passato.

Non dimentichiamo che anche la nascita della stessa polifonia fu accompagnata da dubbi e mezze censure ecclesiastiche, che i primi tentativi non dovevano essere dei più riusciti. Pensiamo al primo documento che fece menzione della polifonia che fu la Docta Sanctorum Patrum (1324) di Papa Giovanni XXII in cui fu presa una posizione molto prudente per ciò che riguarda i primordi del canto polifonico: "Il primo ricercatore a citare la Docta sanctorum e a interpretarla nel suo insieme fu l’abate e principe Martin Gerbert nel suo libro De cantu et musica sacra del 1774: Gerbert sostenne la tesi che Giovanni XXII avrebbe proibito il «cantum organicum et figuratum» . Sono seguite altre interpretazioni che hanno considerato la Docta come espressione di un giudizio negativo sulla cosiddetta Ars nova, oppure come un documento che ribadisce uno stretto legame fra la musica da chiesa e la liturgia , e infine come «yet another in a series of attempts to curb the extravagant liberties regularly taken by singers in performing church music» . La ragione principale per la promulgazione del decreto è stata indicata nell’uso di una polifonia complessa durante il servizio liturgico, nella nuova autonomia guadagnata dalla musica agli inizi del XIV secolo e nella mescolanza tra la sfera spirituale e quella secolare nell’ambito della musica vocale. Uno dei più recenti commenti sulla Docta è stato offerto da Paul Zumthor, che vede nel decreto una conferma della sua ipotesi sul fatto che i gesti, nel corso dei secoli, abbiano acquisito sempre maggior significato nella società medievale" (Klaper, 2010). Insomma, pur se alcuni vedono questo documento come in tentativo di proibire lo stile nascente della polifonia, una sua attenta lettura potrà far comprendere che probabilmente si trattò soltanto di regolarizzare i primi tentativi di innestare sulla pura monodia del canto gregoriano delle altre melodie che potessero agire in consonanza per un diletto diverso ed un avanzamento (non da intendersi come miglioramento) delle possibilità a disposizione per coloro che si dedicavano alla composizione liturgica. Questi tentativi erano compiuti da cantori esperti, non da improvvisati musicisti di chiesa con conoscenza minima del repertorio liturgico previo.

La necessità della conoscenza

La capacità tecnica non è accidentale (e anche ciò che definiamo accidentale non lo è poi così tanto, come vedremo poco più avanti. Lo studio severo e rigoroso delle forme precedenti permette di incarnare quello che Papa Benedetto XVI ha definito "l'ermeneutica della continuità" anche in campo artistico e musicale. Non dimentichiamo anche gli studi dell'Arcivescovo Agostino Marchetto sulla interpretazione del Concilio Vaticano II, nella linea di Benedetto XVI, studi che mettono in luce una frattura esistente nella Chiesa. E non ci si può nascondere che probabilmente alcuni documenti del Concilio, per la maniera in cui sono stati formulati, possono prestarsi a fraintendimenti: "Il vocabolo novus trovasi duecentododici volte nel Vaticano II con frequenza sproporzionatamente maggiore che in ogni altro Concilio. In questo gran numero novus ricorre spesso nel senso ovvio di novità relativa, che affetta le qualità o le categorie accidentali della cosa. Così vi si parla (è ovvio) di Nuovo Testamento, di nuovi mezzi di comunicazione, di nuovi impedimenti alla pratica della fede, di nuove situazioni, di nuovi problemi e via dicendo. Ma nel testo citato (e forse anche in GS, i «nova exsurgit humanitatis condicio»), il vocabolo è preso nel senso più stretto e rigoroso. È una novità in forza della quale non sorge nell’uomo una qualità o una perfezione nuova, ma vien mutata la sua stessa base e si ha una nuova creatura in senso propriissimo" (Amerio, 1985).

Si è pensato che questo "nuovo" che veniva richiamato dal Concilio sarebbe stato da opporre a "tradizionale", il che non si può evincere da nessun documento preso nella sua interezza, ne dal corpus dei documenti conciliari presi nel loro insieme. Viene continuamente richiamata la tradizione e lo sviluppo organico delle nuove forme, come abbiamo potuto vedere. E non è qui il caso di riportare come queste esigenze di legittimo progresso anche nella liturgia sono richiamate dai Papi precedenti il Concilio, sempre con l'avvertenza che non si sarebbero sradicate le radici della tradizione. Invece questo si è fatto. E ciò che veramente sembra ridicolo è che noi oggi parliamo di "Messa del Concilio" o "Messa di Paolo VI" (che poi si riferiscono a due situazioni diverse) senza pensare al fatto che la gran parte delle Messe che vediamo nelle parrocchie sono "vagamente ispirate" a quello che il Concilio e i documenti successivi hanno suggerito, divenendo una sorta di liturgia autocefala nelle mani di sacerdoti non formati, catechisti deformati, laici disinformati, suore deformanti (nella maggior parte dei casi, purtroppo).

Il rischio dell'innovazione

Non c'è innovazione se non si rischia, ma in questo caso è sempre un rischio calcolato perché si serve di quel "capitale di ragione" di cui ci diceva Scruton in precedenza. Non si dica che alcune innovazioni non hanno toccato la sostanza delle cose, ma solo alcuni aspetti accidentali, giudicati secondari. Anche essi hanno importanza e concorrono a fare dell'elemento sostanziale ciò che è: "E dove tutte tutte le accidentalità cangiassero, come potremmo riconoscere che non cangiata è la sostanza medesima della Chiesa? Che cosa resta dell’umana persona, quando tutto il suo rivestimento accidentale e storico vien mutato? Che cosa resta di Socrate senza l’estasi di Potidea, senza i colloqui dell’agorà, senza i Cinquecento e la cicuta? Che cosa resta del Campanella senza le cinque torture, senza la cospirazione di Calabria, senza i tradimenti e i patimenti? Che cosa resta di Napoleone senza il Consolato, senza Austerlitz e Waterloo? Eppure tutte queste cose sono gli accidenti dell’uomo. I Platonici che separano le essenze dalla storia le ritroveranno nell’iperuranio. Ma noi dove?" (Amerio, 1985). Ci sono possibilità che possono essere esplorate sempre con la prudenza di quello sviluppo organico che non è ostacolo o impedimento ma è come una guida in un sentiero impervio: basandosi sul "capitale di ragione" accumulato indica percorsi più adeguati allo scopo che si vuole raggiungere.

Le possibilità di bellezza

Come detto in precedenza, esistono ancora nella Chiesa queste possibilità di bellezza, non si vuole sposare la linea di coloro che pensano che siamo condannati a venerare un passato perché siamo vedovi del presente. Siamo ancora capaci di servire la liturgia della Chiesa, nelle sue forme e riti, con la bellezza dell'arte vera. Certo questo è sempre più difficile quando la Chiesa stessa non dimostra una politica vera in favore della promozione della bellezza, cercando di rincorrere attraverso i suoi organismi mode culturali ed estetiche nate al di fuori del suo alveo e spesso in opposizione alla stessa. Oggi è sempre più difficile fare arte nella liturgia, quando coloro che hanno buone intenzioni e disposizioni devono spesso e volentieri lottare con un clero disinformato e senza una adeguata e solida preparazione nel campo della musica liturgica, un clero che brancola nel buio di un presente che sono condannati a vivere ma spesso, non a comprendere. Ma il capitale di ragione esiste ancora, forse più soffocato che in precedenza, ma esiste ancora. Ci sono musicisti ed artisti validi, spesso ai margini della Chiesa ufficiale che è mossa da logiche clericalistiche che ne prevengono i necessari e sani cambiamenti. Ma che la Chiesa ha ancora bisogno di loro, la liturgia ha ancora bisogno di loro: essi sono la continuità di una tradizione che non dobbiamo soltanto osservare, ma sono come l'acqua per una pianta, che di essa ha bisogno per continuare a fiorire.

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(1) Non interessa in questo scritto addentrarsi nel problema terminologico di musica sacra, liturgica, rituale e via dicendo.
(2) In realtà anche molti musei hanno da molto tempo cominciato ad esporre secondo una idea non solo di conservazione ma di rilettura di ciò che è esposto nel tentativo di far parlare quasi dall'interno i reperti e non solo sottoporli ad una sterile osservazione dall'esterno.

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