Lettera 1352 pubblicata il 4 aprile 2026

LA PREGHIERA

CHE COMMOSSE PUSHKIN

UNA RIFLESSIONE
DI PADRE GABRIEL DIAZ-PATRI
SUL POTERE DELLA LITURGIA
Centonovant'anni fa, Alexander Pushkin, scrittore e poeta che ha rivoluzionato la letteratura russa, scrisse una poesia atipica. Da un lato, il suo contenuto poteva sembrare desueto poiché trattava un tema religioso. È vero che il tema religioso non è del tutto assente nella letteratura romantica, ma in essa è solitamente ridotto a un vago sentimento personale. Pushkin, invece, ci colloca in un contesto chiaramente «istituzionale». Infatti, ci parla dei «padri del deserto» e delle «donne ascetiche», dai quali abbiamo ereditato una moltitudine di preghiere. Preghiere che finirono per formare un corpus organico che, attraversando i secoli, giunse infine fino a noi e che costituisce una tradizione di preghiera liturgica. Tra tutte queste ce n’è una che ha per lui un significato speciale, e la menziona sottolineandone il posto all’interno dell’anno ecclesiastico: la «Grande Quaresima».

D'altra parte, sebbene si collochi al fianco dei poeti del suo tempo nel manifestare come fosse capace di «commuoversi», non lo fa di fronte alla natura, come era frequente, ma di fronte a una preghiera liturgica.

Considerato il padre della letteratura russa moderna per averne profondamente rinnovato la lingua integrando registri colti e popolari, Pushkin affrontò nella sua opera temi che avrebbero segnato tutta la tradizione successiva.

Nel suo celebre poema Il profeta (1826), ispirato alla visione di Isaia (Is 6, 5-12), Pushkin aveva riformulato il motivo biblico della vocazione profetica trasponendolo in chiave letteraria: il poeta, sottoposto a un’esperienza di trasformazione radicale e dolorosa, riceve una parola che non gli appartiene e che si sente chiamato a trasmettere. Questa concezione del poeta come mediatore di una verità superiore — che non è meramente estetica, ma morale ed esistenziale, sebbene slegata da una concreta istituzione religiosa — introduce un modello che segnerà profondamente la successiva evoluzione della letteratura russa. Questa intuizione iniziale sarà ripresa da autori come Nikolaj Gogol, Dostoevskij e, più vicino a noi, Solženicyn.

Verso la fine della sua vita, Pushkin mostrerà una certa inclinazione verso il religioso, forse un'intuizione della sua tragica fine, come conseguenza di un duello, pochi mesi dopo aver scritto la nostra poesia. In essa parlerà in particolare di una preghiera di cui dice: «mi commuove profondamente» e indica con precisione, come abbiamo detto, il tempo liturgico in cui viene utilizzata.

La «Grande Quaresima» è chiamata così per distinguerla dalle tre «quaresime» minori dell’anno bizantino: quelle che precedono la Natività del Signore, la Dormizione della Madre di Dio e la festa dei Santi Pietro e Paolo. Di tutti gli inni e le preghiere di questo tempo liturgico, questa breve preghiera è quella che può essere considerata la preghiera quaresimale per eccellenza.

Nel contesto dell’ufficio e della Messa bizantini, che sono sempre interamente cantati, l’uso esclusivo o prolungato della parola recitata, privata del canto, avrebbe l’effetto di un calice non dorato o di un sacerdote senza i suoi ornamenti sacri. E sarebbe ancora peggio, poiché qui la musica è parte integrale di ogni celebrazione liturgica, come le pareti e il soffitto sono parti integrali della casa. Questa musica, inoltre, esprime intensamente lo spirito e il carattere dei diversi uffici e delle loro parti: gioiosi o tristi, austeri o esuberanti, penitenziali o esultanti. Per questo, giunto il tempo quaresimale, quando si recita questa breve preghiera che viene pronunciata con eloquenza, ma senza canto, l’effetto è impressionante.

Viene recitata due volte alla fine di ogni funzione: la prima, con tanto di prostrazioni a terra che la interrompono tre volte. Seguono poi dodici profondi inchini, durante ciascuno dei quali si dice: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore». Infine, viene recitata una seconda volta senza interruzione, terminando con un'unica prostrazione.

Sebbene tutto ciò debba aver contribuito a commuoverlo, Pushkin si concentrerà sul contenuto stesso della preghiera.

La tradizione la attribuisce a uno dei grandi maestri della vita spirituale: Sant’Efrem il Siro, quel diacono del IV secolo chiamato «L’arpa dello Spirito Santo» e che oggi la Chiesa celebra come Dottore. In essa sono elencati in modo conciso tutti gli elementi, sia «negativi» che «positivi», dell’atteggiamento fondamentale che deve dominare lo sforzo quaresimale personale:

Signore e Sovrano della mia vita,
non darmi lo spirito di ozio,
di indolenza,
di amore al comando
e di vaniloquio.
Ma donami, a me, tuo servo,
lo spirito di purezza,
di umiltà,
di pazienza
e di amore.
Sì, Signore Re, fammi percepire le mie proprie colpe,
e non giudicare il mio fratello,
perché tu sei benedetto nei secoli dei secoli.
Amen

Quando Pushkin afferma che questa preghiera lo commuove profondamente, utilizza un termine russo che indica, non una commozione drammatica, bensì una commozione che intenerisce e che può indurre il cuore a contrizione. A questo termine è infatti affine quell'altro con cui si designa la celebre icona in cui la Madre di Dio appare con il Bambino mentre appoggia la guancia contro la sua: l'icona della Vergine della Tenerezza, che nella spiritualità russa ispira in chi la venera una «tenerezza contrita» del cuore che spinge al pentimento e alla contemplazione.

È grande il contrasto di questo stato d’animo se lo confrontiamo con quello che si riflette in una lettera che Pushkin aveva scritto quindici anni prima, nella quale, per fare uno scherzo su un amico comune, aveva commentato questa stessa frase, non in modo direttamente blasfemo o irriverente, ma sì in tono scherzoso e superficiale.

Il contrasto è accentuato dal fatto di aver scelto per il poema versi alessandrini, che Pushkin usava raramente. Questo metro, ereditato dal classicismo francese, finì per essere associato nella poesia russa allo stile elevato e riflessivo. Pushkin lo utilizzava occasionalmente per conferire un senso di gravità, distanza formale o profondità filosofica alle sue riflessioni più serie. Ed è significativo che lo abbia scelto per questo poema.

Era, d'altra parte, il metro nel cui uso si era distinto quel poeta francese che egli stimava particolarmente: André Chenier. E proprio la poesia omonima che a lui dedica è un esempio paradigmatico dell'uso degli alessandrini da parte del poeta russo.

Ci si può chiedere se sia una mera coincidenza che, parlando nel nostro poema dell’amore per il comando (cioè per il potere), così intimamente legato all’ambizione, abbia aggiunto al testo di Sant’Efrén, al quale per il resto si attiene fedelmente, un’espressione che sembra ispirata a Chenier: «quel serpente nascosto». Infatti, il poeta francese aveva detto :

«Tout mortel dans son cœur cache, même à ses yeux,
L’ambition, serpent insidieux».

La Preghiera de Pushkin
«Ogni mortale nel suo cuore cela, persino ai propri occhi,
l’ambizione, serpente insidioso.»
Ecco il testo di Pushkin:
Preghiera
Padri del deserto e incolumi donne,
per elevare il cuore a lontani regni,
rafforzarlo tra tempeste e terrene lotte,
hanno composto innumerevoli divine preghiere.
Ma nessuna di esse devotamente mi commuove,
come quella che il sacerdote ripete una ed altra volta
della Grande Quaresima in quelli giorni austeri;
più frequente di ogni altra mi viene alle labbra
e rinvigorisce il caduto con ignota forza:
«Signore dei miei giorni!
Lo spirito di ozio e di indolenza,
di amore del comando — quel nascosto serpente—
e di vaniloquio, non darlo all’anima mia.
Dammi invece di vedere, o Dio, le mie proprie colpe,
e che da me il mio fratello condanna non riceva,
e lo spirito di umiltà, pazienza, amore
e di purezza, nel mio cuore infonde.»

A. Pushkin, luglio 1836