Lettera 1386 pubblicata il 19 giugno 2026
LA TRADIZIONE AL SERVIZIO
DELLA PACE NELLA CHIESA
Anziché cercare a tutti i costi di prendere posizione riguardo alle consacrazioni episcopali previste dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, la famiglia tradizionale in senso lato trarrebbe grande vantaggio dal porsi al di sopra di una contesa distruttiva. Schierarsi «a favore» o opporsi «contro» sono posizioni troppo ristrette: l’importante è innanzitutto impegnarsi, ciascuno al proprio posto, per essere uno strumento di pace. Tendere la mano quando altri scelgono l’anatema. Preferire i cerotti della benevolenza al getto di sale sulle ferite liturgiche aperte della Chiesa. La posta in gioco non è solo grande. È immensa e di fondamentale importanza.
A questo proposito, il «in necessariis, unitas; in dubiis, libertas; in omnibus, caritas» di sant’Agostino potrebbe guidare la riflessione di tutti coloro che alimentano la propria fede con le grazie del Vetus Ordo. E ciò a maggior ragione in quanto la situazione della Chiesa e delle consacrazioni episcopali celebrate nel luglio 1988 è radicalmente diversa dal contesto attuale. La crisi vocazionale ed esistenziale del sacerdozio cattolico è evidente. Ricordiamo il libro di Benedetto XVI e del cardinale Sarah *Dalle profondità dei nostri cuori* (Fayard) a difesa del celibato sacerdotale, nonché i noti sconvolgimenti dottrinali legati al processo sinodale avviato da papa Francesco, senza contare il clima di sospetto alimentato dalle conferenze episcopali nei confronti dell’ecosistema tradizionale nel suo complesso… «La nostra casa sta bruciando», aveva dichiarato Jacques Chirac in un discorso rimasto famoso, che mirava a mettere in guardia dalle diverse e gravissime sfide ecologiche che si profilavano per il pianeta. Lo stesso vale oggi per la Chiesa. «La nostra casa sta bruciando»: sarebbe utile prenderne atto per circoscrivere meglio l’incendio, combatterlo, spegnerlo e ricostruire!
La formula agostiniana «In necessariis, unitas; in dubiis, libertas; in omnibus, caritas» riassume un triplice principio chiaro, in grado di fungere da bussola per tutti coloro che desiderano la pace liturgica: unità sulle cose necessarie; libertà su quelle che non lo sono; carità in tutte le cose.
Sì, la casa della Chiesa brucia. Certo, possiede le parole della vita eterna. Tuttavia, la sua storia e la sua vita non si riducono nemmeno, come amava ripetere lo storico Emile Poulat, all’immagine di un altare della Festa del Santissimo Sacramento… La casa della Chiesa arde ovviamente non solo alimentata dai peccati personali dei suoi membri, ma anche perché i fumi di Satana non si sono spenti da quando lambiscono i colonnati del Bernini. Il 29 giugno 1972, papa Paolo VI, nell’omelia pronunciata in occasione della festa dei santi apostoli Pietro e Paolo, delineò il quadro di una Chiesa in piena crisi postconciliare: «Di fronte alla situazione della Chiesa di oggi, abbiamo la sensazione che, attraverso qualche fessura, il fumo di Satana sia entrato nel tempio di Dio. Vediamo il dubbio, l’incertezza, le difficoltà, l’inquietudine, l’insoddisfazione, lo scontro. Non si ha più fiducia nella Chiesa. »
Questa sfiducia nella Chiesa da parte di molti fedeli è sicuramente il sintomo più evidente della crisi di credibilità che sta attraversando l’istituzione ecclesiale. Con l’aiuto della grazia di Dio, la nostra vita battesimale si nutre di questa fiducia nella Chiesa, in questa casa calorosa e accogliente, solida sui pilastri della sua Tradizione, e così teneramente evocata nella parabola del banchetto messianico (Vangelo della seconda domenica dopo la Pentecoste).
«Un uomo preparò una grande cena e invitò molti commensali; all’ora del pasto mandò il suo servo a dire agli invitati di venire, perché tutto era pronto». Il padrone ha un solo desiderio: ut impleátur domus mea / che la mia casa si riempia!
Sì, Dio vuole che la sua Chiesa si riempia: «Sì, va’ per le strade e lungo le siepi, e esorta la gente a entrare». Tra le caratteristiche della Chiesa, la teologia ne sottolinea diverse. La Chiesa è santa, è cattolica, apostolica e anche missionaria. Una delle caratteristiche della Chiesa che l’abate Victor-Alain Berto aveva particolarmente a cuore risiedeva proprio nella sua capacità di integrazione.
Infatti, la Chiesa, nella sua tradizione immutabile e nella sua storia bimillenaria, ha dimostrato con una tenacia senza pari il suo desiderio, come una madre lupo, di vegliare sui propri piccoli, di proteggerli e di accogliere nel miglior modo possibile i fedeli che vivono dei suoi sacramenti e del suo Vangelo.
A maggior ragione, quando c’è un incendio, la logica dell’urgenza della situazione impone di non chiedere la carta d’identità a chi ti porge il secchio. Non gli si danno lezioni su come portarlo, e non si perde tempo a chiedere se ha il permesso di portarlo, se ha la delega per avere il diritto di spegnere l’incendio. Si rende grazie per le sue mani offerte.
Come ha espresso con buon senso monsignor Schneider (un buon senso che può fondarsi sulla ragione, alla luce della visita alla Fraternità da lui effettuata su richiesta di papa Francesco): «L’aspetto giuridico è secondario a causa dello stato di emergenza nella Chiesa»
Di fronte allo spettacolo a cui assistiamo dalla rinuncia di Benedetto XVI, ci sarebbe motivo non di lamentarsi (è davvero il momento delle lamentele?), ma almeno di porsi delle domande.
La forza dell’ecosistema tradizionale è sempre risieduta nel suo desiderio di servire la Chiesa, al proprio posto, secondo i principi evocati da sant’Agostino: unità nelle cose necessarie, libertà in quelle che non lo sono e, infine, carità in tutte le cose. Di fronte al processo ingiusto intentato contro la Tradizione dal periodo post-conciliare dai farisei dei nostri tempi, gli apostoli della Messa di ogni orientamento possono fare propria la riflessione di Robert Brasillach durante il suo processo: «Possiamo o abbiamo potuto sbagliarci sugli uomini, sui fatti o sulle circostanze, ma non abbiamo nulla da rimpiangere riguardo all’intenzione che ci ha spinto ad agire. »
Piuttosto che perderci in congetture amministrative, noi laici e fedeli legati alle pedagogie tradizionali della Fede, ci impegniamo a evitare inutili anatemi e vogliamo portare nella nostra preghiera sia la Chiesa che la Fraternità.
Papa Leone XIV, al quale Cristo ha affidato la sua tunica senza cuciture, «ut unum sint / affinché tutti siano uno», e con lui i vescovi di tutto il mondo, primo fra tutti il nostro vescovo territoriale, in quanto garante della santa dottrina sul territorio a lui affidato.
I quattro futuri vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, affinché sappiano, con il loro esempio, la loro bontà e la loro saggezza, aiutare i membri della loro Fraternità a servire la Chiesa con lo zelo che la contraddistingue, ma senza che tale zelo si trasformi in amarezza o tristezza («La vostra gioia, nessuno potrà portarvela via») e senza eccessi superflui (tutto ciò che è eccessivo è insignificante).
Come diceva Chesterton, «Il destino più felice dell’uomo è trovare qualcosa da amare; ma il secondo destino più felice è certamente trovare qualcosa da combattere. » Che grande felicità abbiamo, come meraviglioso dono, di poter amare e nutrirci alle fonti della Messa tradizionale e di scoprirne il fascino (come dimostra il formidabile lavoro storico-estetico realizzato dal sito Claves)!
Che grande felicità abbiamo anche nell’avere così tanti sederi da prendere a calci: nella prova e nella lotta, l’anima umana trova il luogo delle amicizie più solide e il trampolino di lancio delle sue espressioni più nobili!
Quindi, naturalmente, dal punto di vista umano, le cose vanno sicuramente peggio di quanto non siano. Ma possono anche andare meglio di quanto speriamo. Disperdere la cenere per riaccendere il fuoco, affinché la casa della Chiesa arda sempre di più, ma questa volta del vero fuoco della carità. Quella stessa carità sulla quale ciascuno di noi sarà giudicato.



