Lettera 1389 pubblicata il 29 giugno 2026
DUE LITURGIE...
DUE ECCLESIOLOGIE?
249ª SETTIMANA: LE SENTINELLE CONTINUANO LA LORO PREGHIERA
PER LA DIFESA DELLA MESSA TRADIZIONALE
DAVANTI ALL'ARCIDIOCESI DI PARIGI
Questa lettera vi giunge pochi giorni prima delle consacrazioni episcopali a Écône. Da un lato, Roma sta gestendo il problema della Fraternità Sacerdotale San Pio X solo mediante la minaccia di sanzioni, anziché instaurare un dialogo diretto e paterno con la Fraternità; dall'altro, sembra voler limitare la celebrazione ufficiale di questa liturgia (da parte dei sacerdoti delle comunità di Ecclesia Dei e dei sacerdoti diocesani), in fondo costringendoli ad adottare un approccio birituale.
Ma i vescovi francesi, sul campo, sanno che la questione non è così semplice e che la liturgia tradizionale è lì, al centro del paesaggio, ed è per sua natura una sorta di santuario con cui devono fare i conti.
La rivista Golias, nel numero del 20 maggio 2026, ha affrontato specificamente la gestione di questa questione liturgica da parte dei vescovi francesi ("Analisi critica dell'intervista rilasciata a La Nef dal responsabile degli affari liturgici della Conferenza Episcopale"). Infatti, in un'intervista rilasciata a La Nef per il numero di maggio 2026, il vescovo Olivier de Cagny di Évreux, responsabile degli affari liturgici presso la Conferenza Episcopale Francese, ha affrontato questo "tema delicato".
Secondo Golias, egli lo ha fatto «con la tipica retorica episcopale per la risoluzione delle tensioni liturgiche: un tono misurato, il rifiuto di contrapposizioni dirette, l'enfasi sui 'frutti spirituali' delle sensibilità tradizionali e l'insistenza sulla comunione ecclesiale». Tuttavia, «i tratti costitutivi del Vetus Ordo – l'esplicita affermazione del carattere sacrificale dell'Eucaristia come vera offerta a Dio; il primato dell'orientamento ad Deum, che dimostra come la liturgia sia ordinata prima di tutto a Dio piuttosto che all'assemblea; la strutturazione gerarchica e stabile del rito, in cui il ruolo specifico del sacerdote appare chiaramente differenziato; la forte densità simbolica basata su gesti, parole e forme ereditate dalla tradizione e relativamente libere dall'arbitrarietà dell'innovazione»– sono molto diversi dai tratti costitutivi della riforma. Quest'ultima «pone maggiore enfasi sull'immediata intelligibilità, sulla partecipazione visibile dell'assemblea, sull'ampio uso della lingua volgare, su una maggiore flessibilità rituale e sull'accentuazione della dimensione comunitaria della celebrazione», il che implica «un cambiamento di enfasi teologica».
In altre parole, la differenza tra il Vetus Ordo e il Novus Ordo è ecclesiologica: non può «essere ridotta a una legittima variazione di espressione all'interno della stessa fede eucaristica, ma implica piuttosto due concezioni distinte – se non addirittura opposte – della liturgia stessa». Per placare le tensioni, si tende «a neutralizzarne il significato dottrinale riformulandole come questioni di stile o di sensibilità, a favore di una logica di gestione della convivenza ecclesiale e di pacificazione». Questo produce «un'apparente stabilità istituzionale, ma a costo di indebolire la chiarezza dottrinale delle forme liturgiche».
Non essendoci unità, rimaniamo con una certa coesione, «ottenuta non attraverso la chiarificazione del senso del rito, bensì attraverso la sospensione della sua esplicita qualificazione dottrinale». In altre parole, il dibattito dottrinale fondamentale viene oscurato. È infatti evidente che due leggi di preghiera così diverse si fondano su due leggi di fede diverse. «Tuttavia, quando questa sospensione diventa strutturale, tende a invertire il rapporto classico tra lex orandi (la legge della preghiera) e lex credendi (la legge della fede): la liturgia non esprime più chiaramente la fede comune, ma diventa uno spazio in cui coesistono due comprensioni implicite e non formulate».
Impossibile non sottoscrivere tutto ciò. Vorrei però fare due osservazioni:
- Non sono solo i vescovi francesi a rifiutare la chiarificazione dottrinale; l'intera Chiesa, dal Concilio Vaticano II, ha inventato un «insegnamento pastorale» che può introdurre variazioni sul magistero precedente con totale impunità, non essendo più vincolata dall'infallibilità.
- Nella situazione attuale, nessuno può prevalere: i tradizionalisti, che si basano sul senso della fede, sono in crescita, ma restano una minoranza; i modernisti, che occupano tutte gli incarichi gerarchici, non riescono nemmeno a raggiungere una parvenza di unità. Pertanto, è necessario accettare un certo grado di convivenza, che peraltro permette alla liturgia tradizionale di prosperare. È vero però che la convivenza massimale organizzata dal Summorum Pontificum era ovviamente superiore alla convivenza di toleranza sotto Traditionis Custodes.
Ma questo è ancora troppo. Golias e una parte influente della Curia Romana continuano la campagna contro questa tolleranza della liturgia tradizionale. Leggendo l'articolo di Golias, misurato nello stile ma radicale nella sostanza, si potrebbe pensare di leggere l'analisi di un ufficiale del Dicastero per il Culto Divino. "È qui che si rivela una tensione più profonda con la natura stessa della Chiesa. Essa però non va intesa principalmente come un'organizzazione di equilibri da gestire tra diverse sensibilità, ma come un corpo sacramentale, cioè una realtà visibile e spirituale strutturata dalle sue forme liturgiche, che esprimono e trasmettono la fede. La liturgia, quindi, non è semplicemente uno spazio di adattamento istituzionale: è un elemento costitutivo della verità della Chiesa.» In altre parole: si deve scegliere tra l'ecclesiologia del Concilio Vaticano II e l'ecclesiologia tradizionale.
Se così fosse, la nostra scelta sarebbe già fatta. E, in termini pratici, provvisoriamente, come si direbbe in un procedimento giudiziario prima di una sentenza definitiva sul merito, desideriamo beneficiare della libertà di praticare la liturgia tridentina. È ciò che chiediamo dall'Arcivescovo di Parigi, recitando i nostri rosari al numero 10 di rue du Cloître-Notre-Dame, dal lunedì al venerdì, dalle 13:00 alle 13:30, a Saint-Georges de La Villette, al numero 114 di avenue Simon Bolivar, il mercoledì e il venerdì alle 17:00, davanti a Notre-Dame du Travail, la domenica alle 6:18:15.



