Lettera 1400bis pubblicata il 3 agosto 2026
QUO VADIS, DOMINE?
DOVE VAI, SIGNORE?
UNA CRONACA DI CÔME DI PRÉVIGNY
PUBBLICATA SULLA RIVISTA
DEL RINASCIMENTO CATTOLICO
Lo scorso 16 giugno, papa Leone XIV ha rilasciato alcune dichiarazioni all’uscita dalla sua residenza di Castel Gandolfo riguardo alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). Quest’ultima si apprestava allora a consacrare quattro vescovi senza mandato pontificio e il papa ha affermato che tale decisione lo rattristava, pur concludendo di voler andare avanti. «Se fanno questa scelta», diceva, «ciò mi rattrista, ma dobbiamo andare avanti».
Verso dove andare?
Immediatamente sorge una domanda: quale orientamento vogliono dare le autorità romane ai cattolici per andare avanti in questo modo? Verso quale destino deve avanzare la Chiesa se non verso il Cielo? Verso quali progressi devono impegnarsi gli uomini di Chiesa se non verso la santificazione dei fedeli? La FSSPX non perseguirebbe forse gli stessi obiettivi?
Spesso non è inutile interrogare i propri interlocutori sulle loro proiezioni per il futuro, per conoscere le loro prospettive, le loro reali speranze e i loro desideri più o meno nascosti. A un bambino si chiede cosa vuole fare da grande; a un candidato a un posto di lavoro si chiede dove immagina di lavorare tra dieci anni; a un potenziale presidente si chiede come vede il proprio Paese alla fine del suo mandato. Questo modo di procedere permette di comprendere la vera motivazione che anima i nostri contemporanei.
Nella crisi che sta scuotendo la Chiesa e che ha visto i superiori della FSSPX opporsi alle massime autorità ecclesiastiche, si è tentati di ricorrere a questo strumento per cercare di risolvere il conflitto, dissipare i malintesi e liberarsi dalle cattive intenzioni. A tutti coloro che sono legati da vicino o da lontano alla lotta di Mons. Lefebvre e alla difesa della tradizione cattolica, a tutti coloro che, con la mano sul cuore, proclamano la loro deferenza verso il Pontefice romano e il loro amore per la Santa Chiesa e i suoi pastori, si potrebbe chiedere come vedono i rapporti tra la Santa Sede e la FSSPX tra cinquant’anni, o addirittura tra cento anni. Senza dubbio, molti risponderebbero che sperano che le tensioni si placino finalmente, grazie all’istituzione da parte di Roma di una struttura che protegga realmente le opere tradizionali. Sognerebbero una struttura canonica sufficientemente protetta, che consenta all’universo tradizionale nella sua grande totalità di osservare la liturgia e il catechismo come ha sempre fatto, senza subire le vessazioni a cui il mondo «ex-Ecclesia Dei» è sottoposto da quarant’anni, senza dover subire quei capovolgimenti che nascondono una volontà non dissimulata di vederli scomparire. Questo pensiero si ricollega all’ideale coltivato da mons. Lefebvre, che voleva vivere la Tradizione, ma con la certezza di non essere ingannato. Nonostante le vicissitudini dei tempi, questo atteggiamento non sottovaluta i rischi di un isolamento, né cerca di affrancarsi volontariamente dall’intera struttura della Chiesa istituzionale attraverso la quale i canali della grazia continuano a scorrere normalmente.
Ponendosi questa domanda, ci si renderebbe probabilmente conto che ben pochi si rassegnano a immaginare la FSSPX come una struttura risolutamente autonoma nel tempo, in attesa o della Parusia, o di un allineamento della Chiesa a tutti i principi e le pratiche osservati dalla Fraternità nei minimi dettagli, al fine di idealizzare una situazione che non è mai esistita.
Speranze davvero curiose
Allo stesso tempo, quando si considerano le speranze che alcuni cardinali e vescovi nutrono oggi in materia di fede e di costumi, si rimane pensierosi. Come conciliare le loro proposte con duemila anni di tradizione, visto che vi si oppongono categoricamente? Inevitabilmente, ci si chiede cosa pensino realmente le autorità romane su questi diversi punti, perché non riaffermino solennemente la verità per porre fine agli errori che proliferano?
Tre anni fa, mentre il percorso sinodale tedesco volgeva al termine, l’intero mondo cattolico gemette, sbalordito nel ritrovarsi immerso nell’eterodossia e nello scoprire ciò che alcuni vescovi avevano potuto votare in modo autonomo. Questi ultimi avevano approvato l’istituzione di un consiglio sinodale permanente, l’apertura della predicazione ai laici, l’accesso delle donne ai ministeri sacri, il matrimonio religioso tra persone dello stesso sesso, ecc. La Santa Sede, che ha il compito di rafforzare i propri fratelli nella fede, ha quindi reagito. È difficile affermare che lo abbia fatto con fermezza. Il cardinale Parolin, segretario di Stato, ha poi dichiarato a «Civiltà cattolica» il 13 marzo 2023: «Il cammino sinodale prende decisioni che non corrispondono esattamente a ciò che è attualmente la dottrina della Chiesa. » Si tratta forse di una semplice formula diplomatica? Perché non dire che queste decisioni non corrispondono affatto alla dottrina della Chiesa? Che cosa c’entra allora questo avverbio «esattamente»? Sarebbe forse un atto di carità lasciare che i cristiani nutrano false speranze per poi, alla fine, smorzarle con una dichiarazione definitiva di rifiuto? Oppure è intenzionale lasciar loro intravedere l’idea che le cose potrebbero comunque cambiare un giorno? Che cosa ci fa infatti l’avverbio «attualmente» nelle parole del cardinale? Dobbiamo pensare che, in un futuro più o meno prossimo, la dottrina della Chiesa potrebbe forse essere diversa?
Due anni dopo, Leone XIV, appena eletto, ha affrontato il tema del cambiamento della dottrina proprio mentre parlava della «questione LGBTQ+», per riprendere il suo termine. Il 30 luglio 2025, il Papa si è rivolto alla giornalista Elise Allen con queste parole: «La gente vuole che la dottrina della Chiesa cambi; vuole che cambino le mentalità. Penso che dobbiamo cambiare le mentalità prima ancora di pensare a cambiare la posizione della Chiesa su una determinata questione. Mi sembra molto improbabile, soprattutto nel prossimo futuro, che la dottrina della Chiesa cambi per quanto riguarda il suo insegnamento sulla sessualità e sul matrimonio».
Anche in questo caso, la formulazione – diplomatica, direbbero alcuni – ha di che lasciare perplessi. Perché affermare che un cambiamento in materia è «improbabile» quando i pontefici del passato avrebbero dichiarato che è impossibile? Per quale motivo, poco caritatevole, si lascia che alcuni si illudano sul fatto che esista una minima possibilità che le cose possano comunque cambiare, almeno in un futuro più lontano? E a cosa corrisponde dunque questo appello a cambiare le mentalità, che consentirebbe, eventualmente, di modificare la dottrina col tempo?
Tutte queste domande spiegano lo stato di confusione in cui si trovano molti cattolici, mentre per secoli i papi hanno ricordato loro che, sulle questioni fondamentali, in materia di fede e di costumi, la dottrina non può variare.
Bisognerebbe forse dare qualche speranza a tutti coloro che si oppongono alla dottrina esposta dalla Chiesa da duemila anni, per far loro credere che i loro ripetuti attacchi avrebbero la meglio, a forza di insistere?
Porre le domande giuste
Allora, inevitabilmente, per non lasciarsi sopraffare da terribili dubbi, vorremmo porre delle domande alle massime autorità della Chiesa e chiedere loro, con grande umiltà: pensate che tra cinquant’anni o tra cento anni le donne potranno diventare sacerdoti? Bisogna forse dedurre che Giovanni Paolo II si sia smarrito nell’affermare solennemente nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis «che la Chiesa non ha in alcun modo il potere di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne e che questa posizione deve essere definitivamente sostenuta da tutti i fedeli della Chiesa»?
Allo stesso modo, pensate che, tra un secolo, sia possibile che, nell’amministrare il sacramento del matrimonio, i sacerdoti della Chiesa cattolica non debbano necessariamente ricevere il consenso di un uomo e di una donna?
Queste domande saranno senza dubbio giudicate avventate da coloro che ne sarebbero infastiditi. Coloro che ritengono inopportuno esprimere un simile dubbio finiranno per accontentarsi di questa stagnazione dottrinale. Le risposte consentirebbero tuttavia di comprendere verso quale direzione la Chiesa debba realmente procedere. Avrebbero il merito di distinguere una formula diplomatica da un’affermazione ambigua, liberando inoltre le autorità da intenzioni che potrebbero benissimo non essere le loro. Al di là della sola questione della FSSPX, ciò consentirebbe di risolvere le incomprensioni di molti cattolici perplessi che, in tutto il mondo, ascoltano con apprensione i discorsi degli uomini di Chiesa e spesso alzano gli occhi al Cielo chiedendo, sempre con umiltà: Quo vadis Domine? Dove vai, Signore?
Côme de Prévigny



