Lettera 1415 pubblicata il 16 septembre 2026
LA PARTECIPAZIONE DEI FEDELI
UNO DEI PUNTI FORTI DELLA MESSA TRADIZIONALE
260ª SETTIMANA: LE SENTINELLE CONTINUANO LA LORO PREGHIERA
PER LA DIFESA DELLA MESSA TRADIZIONALE
DAVANTI ALL'ARCIDIOCESI DI PARIGI
Vorrei tornare sulla catechesi del Santo Padre del 26 agosto sulla riforma liturgica (https://www.vatican.va/content/leo-xiv/fr/audiences/2026/documents/20260826-udienza-generale.html), che suscitò un certo malcontento tra i difensori della Messa tradizionale.
Ho già osservato che sembrava "fuori luogo", come se fosse stata pronunciata durante l'esultanza sorta attorno alla riforma nei primi anni della sua attuazione, quando i suoi promotori, in particolare Paolo VI, ne lodavano con entusiasmo i benefici che avrebbe portato al popolo cristiano, il quale, tuttavia, iniziò subito dopo ad abbandonare le celebrazioni banalizzate che gli venivano offerte. La delusione di Paolo VI fu infatti immediata, e Annibale Bugnini, l'artefice di questa riforma, ne fu una delle vittime. Invece di ricevere la porpora cardinalizia, nel 1975 venne esiliato in una piccola ambasciata (Teheran), non perché il Papa credesse alle voci sulla sua affiliazione alla Massoneria, bensì perché la sua meravigliosa riforma si era rivelata un fallimento.
La catechesi di Leone XIV del 26 agosto è, infatti, piuttosto difensiva. Insiste sul fatto che la riforma sia "tradizionale", perché riformare la liturgia è tradizione, e che questa riforma abbia permesso la riscoperta del tesoro della tradizione. Insomma, come se nulla potesse essere più tradizionale del più grande sconvolgimento e stravolgimento che il culto divino avesse mai conosciuto.
In sostanza, continua Leone XIV, la riforma mirava a recuperare la sua "funzione didattica" (citando il cardinale Montini, arcivescovo di Milano). Pertanto, doveva garantire la sua immediata intelligibilità e stimolare la ricettività e la partecipazione dei presenti. Ciò che il Papa omette di menzionare è che questa funzione pedagogica, secondo i riformatori, doveva rispondere al principio di adattamento al nostro tempo (cioè al loro tempo, gli anni '60 e '70). Da qui l'abbandono del linguaggio sacro in favore del volgare nella sua forma più banale; da qui l'adozione di gesti contemporanei (la stretta di mano al posto del bacio liturgico); la massima vicinanza alle cose sacre (celebrare la Messa rivolti verso il popolo, la Comunione sulla mano); il rifiuto del ritualismo (ogni sacerdote costruisce la propria celebrazione – stile, parole, gesti – come un anfitrione che riceve ospiti); e da qui, soprattutto, l'eliminazione, dalle azioni, dai testi e dai simboli, di dottrine che offendono la sensibilità contemporanea (la transustanziazione, la gerarchia ecclesiastica, la mascolinità dei ministeri, il sacrificio redentore).
Anche addirittura con conseguenze contrarie impreviste. Per farne un esempio: paradossalmente, nella liturgia riformata, la distinzione tra sacerdote e laici, indebolita in teoria, è in realtà più marcata dal punto di vista della presenza scenica. Le forme tradizionali di culto, infatti, integravano tutti i partecipanti in un insieme ordinato. Al contrario, il ruolo significativo degli interventi liberi del celebrante lascia ampio spazio all'espressione personale. La sua presenza nell'atto liturgico, simile a quella di un attore che interpreta un testo, è molto più pronunciata rispetto alla forma tradizionale. Il celebrante è certamente meno gerarchico, ma è molto più presente nel suo ruolo di animatore.
Ma anziché criticare il nuovo, vorrei qui sottolineare le qualità dell’antico, proprio in ciò che la riforma ha cercato di affermare: l'aspetto profondamente didattico della liturgia tradizionale e il suo intenso incoraggiamento alla partecipazione.
La lex orandi tradizionale è un insegnamento teologico perpetuo. Quando il Concilio di Trento cercò di esplicitare la Presenza Reale e il Sacrificio Eucaristico, si rivolse naturalmente alla Messa romana. In essa, il mistero viene tangibilmente avvicinato pur rimanendo trascendentalmente distante, attraverso il simbolismo dell'adorazione, la manifestazione misteriosa e il sacro silenzio dell'offertorio e del canone, analogo alla chiusura delle porte e delle tende dell'iconostasi nel rito bizantino.
Per quanto riguarda la partecipazione attiva, *actuosa participatio*, San Pio X e Pio XII, tra altri papi precedenti al Concilio Vaticano II, si dedicarono ampiamente alla sua promozione (San Pio X per le Messe cantate, Pio XII per le Messe basse parrocchiali o conventuali, o Messe lette), entrambi sottolineando che la cosa più importante è la partecipazione del cuore, da cui dovrebbe scaturire la partecipazione esteriore e rituale.
Come ci ha ricordato Joseph Ratzinger in "Lo spirito della liturgia", durante la riforma di Paolo VI, "il termine *participatio actuosa* fu presto interpretato con il significato esteriore e superficiale di un'attività necessaria e diffusa, come se fosse necessario che il maggior numero di persone, e il più frequentemente possibile, partecipasse in modo visibile". Tuttavia, continuò, "la vera azione liturgica, l'atto liturgico per eccellenza, è *oratio*". Il silenzio del canone, propizio alla contemplazione, è la forma più alta di partecipazione.
Le celebrazioni cantate tradizionali non riproducono forse quelle "navi cantanti", un tempo caratteristiche di tante regioni della cristianità, dove l'intera parrocchia cantava a squarciagola la Messa reale di Mont du Mont o i Vespri domenicali? Le Messe celebrate nei luoghi di culto tradizionali non sono forse modelli di partecipazione attiva, dove anche i bambini prendono parte al sacrificio eucaristico, non passivamente e negligentemente, distratti, ma con un'attenzione e un fervore che li uniscono intimamente al Sommo Sacerdote (Pio XII, Mediator Dei)?
È questa liturgia veramente partecipativa che difendiamo nelle nostre veglie parigine, con la recita del rosario al numero 10 di rue du Cloître-Notre-Dame, dal lunedì al venerdì, dalle 13:00 alle 13:30, a Saint-Georges de La Villette, al numero 114 di avenue Simon Bolivar, il mercoledì e il venerdì alle 17:00, davanti a Notre-Dame du Travail, la domenica alle 18:15, preghiera che ora ha un peso maggiore che mai.



