Lettera 1370 pubblicata il 13 mai 2026
IL VETUS ORDO,
UNA LITURGIA PIÙ CHE MAI MISSIONARIA
CHE HA UN FUTURO RAGGIOSO DAVANTI A SÉ
Come abbiamo visto nella nostra lettera n. 1370, ( lien ) il culto divino è rivolto in primo luogo a Dio. La santa liturgia è innanzitutto un culto reso a Dio. Ma questo culto si realizza naturalmente a beneficio della Chiesa universale, secondo la formula di san Paolo: «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio! » (Rm 8, 28). Papa Benedetto XVI lo aveva d’altronde ricordato durante la sua omelia sulla spianata degli Invalides a Parigi, nel settembre 2008: «Una sola Messa può salvare il mondo» La liturgia, in quanto è supposta essere il linguaggio del Cielo, porta con sé il suo corteo di grazie: glorificando Dio, contribuisce alla pace sulla terra. Questa pace, questi benefici hanno un inevitabile aspetto missionario per noi, pellegrini dell’eternità.
A questo proposito, più che mai, possiamo dirlo senza mezzi termini, il Vetus Ordo offre un contesto liturgico altamente benefico per le anime. La liturgia tradizionale dispiega infatti agli occhi dei fedeli un insieme estremamente rassicurante di modi di agire, profondamente radicati nell’esperienza spirituale della Chiesa. La liturgia tradizionale offre un corpus pedagogico di straordinaria pertinenza, tratto dalla sua saggezza e dalla conoscenza delle anime attraverso i secoli. Il rito tridentino, in questo senso, non è solo un culto rivolto a Dio, ma un vero e proprio invio in missione per i fedeli. Un invio in missione per convertire la propria anima. Ma anche per trasmettere agli altri quella trasformazione interiore suggerita dal senso profondo della liturgia tradizionale.
In un mondo pieno di incertezze e caratterizzato da una notevole perdita di punti di riferimento (il valore della vita, il ruolo dell’autorità, il senso delle responsabilità, il rispetto del sacro, ecc.), l’ecosistema tradizionale si rivela più che mai missionario.
Qual è quindi la realtà pastorale dei luoghi di culto in cui si celebra la Messa tridentina? Cosa si osserva nelle chiese o nelle cappelle in cui si svolge la liturgia antica? Citiamo alcuni esempi a cui gli stessi fedeli ricorrono per testimoniare ciò che li appaga nel Vetus Ordo.
La sacrestia. «Mostrami la sacrestia della tua parrocchia e ti dirò che tipo di parrocchia sei». I luoghi di culto in cui si celebra il rito tridentino si distinguono molto spesso per una sacrestia viva, curata e ordinata. L’importanza data al culto nella liturgia tradizionale impone questo rigore. Del resto, l’insegnamento liturgico tradizionale ricorda che ogni cerimonia inizia nella sacrestia, luogo d’elezione che vuole essere l’anticamera del Cielo.
Il servizio della Messa. Un clima di rispetto circonda i giovani che hanno l’onore di avvicinarsi all’altare e di servire la liturgia. Il loro abbigliamento, i loro gesti, la loro attenzione: tutto il loro atteggiamento deve esprimere al fedele entrato in chiesa all’ora della Messa che qui sta accadendo qualcosa che non ha nulla di banale. Il servizio liturgico mira a rappresentare la liturgia del Cielo. Naturalmente, questa realtà può ritrovarsi anche nei luoghi in cui si celebra la liturgia nuova. Ma sia consentito aggiungere questa sfumatura: la cultura della cura liturgica e della stima per coloro che prestano servizio durante la Messa è parte integrante dello spirito del Vetus Ordo. Del resto, essendo lo svolgimento liturgico più ampio nel Vetus Ordo, la presenza di un servizio di messa si rivela indispensabile.
Il Confiteor. La recita del Confiteor da parte del solo sacerdote: quale lezione per i fedeli! Il ministro principale della Messa dà l’esempio. Colui che sta per consacrare l’ostia di pane nel corpo di Cristo, prima ancora di salire all’altare, testimonia la sua indigenza e la sua piccolezza recitando il Confiteor, da solo, per primo, davanti a tutti, senza enfasi mondana ma in modo distinto e netto.
Il gregoriano. Il canto sacro con i diversi Kyriale gregoriani distribuiti lungo i periodi liturgici conferisce una coloritura ammirevole alla liturgia tradizionale. Ognuno di essi istruisce i fedeli e porta la loro preghiera. Le melodie del tempo dell’Avvento non sono quelle del tempo dopo la Pentecoste, l’Alleluia sostituito dal Tratto a partire dalla Settantesima, il Vidi Aquam che mette da parte l’Asperges Me durante il tempo pasquale… Non si dirà mai abbastanza delle virtù di questa ordinazione musicale lungo tutto il ciclo liturgico proprio del messale di San Pio V. Questa cura melodica dedicata al culto trasmette alle anime un desiderio di elevarsi a Dio e al prossimo che sarebbe sbagliato sottovalutare.
Il pulpito. Noi fedeli lo sappiamo bene: le omelie, ahimè, possono avere durata e valore diseguali. Resta comunque il fatto che la predicazione dal pulpito (ove ancora esistente!) è anch’essa un simbolo a sé stante. Indicare la via del cielo: questa missione tipicamente tridentina del sacerdote, l’antica liturgia vuole certamente significarla ai fedeli, ma vuole soprattutto ricordarla agli stessi sacerdoti affinché non si sottraggano alla loro missione. Salire in ambone non è una questione di spettacolo. Ciò impegna in primo luogo il predicatore. Egli sovrasta l’assemblea per mostrarle meglio la via del Cielo. Questa immagine del sacerdote in ambone, versione Don Camillo, ecco ciò che parla ai fedeli!
L’orientamento verso Dio. L’orientamento verso Dio, ad orientem, è certamente (insieme all’abbandono del latino) uno degli aspetti più espliciti della riforma liturgica e del cambiamento psicologico che questo cambiamento ha operato nei fedeli. Il passaggio da «siamo tutti rivolti verso Dio» a «ci guardiamo, ci troviamo faccia a faccia» non è secondario. Nella liturgia tradizionale, anche l’orientamento del sacerdote ha un valore missionario. I fedeli sanno di essere trascinati in una scia. Il celebrante, come una testa di ponte o un capitano all’arrembaggio, si trova in prima fila per condurre con sé le pecorelle che lo seguono. Un elemento significativo di questo orientamento verso Dio è la preghiera dell’«Orate Fratres». Quando, prima di entrare nel cuore della Messa, prima di recitare il canone a bassa voce, il sacerdote si volta verso i fedeli per dire loro «Orate Fratres», in realtà trasmette, con la sua postura, un messaggio vertiginoso. Nella Messa tradizionale, per dire «Orate Fratres» di fronte ai fedeli, il celebrante deve quindi voltarsi, compiere lentamente un giro completo su se stesso, allargando le braccia e poi richiudendole, prima di tornare con le spalle ai fedeli e di fronte a Dio. Questa gestualità del sacerdote, solenne e precisa, suggerisce ai fedeli il seguente pensiero: «Ci siamo, è giunta l’ora per il mio sacerdote! Si appresta ad entrare nel cuore del cuore della Messa. Ora calerà il silenzio. È giunto per lui il momento di esprimere a Dio tutte le intenzioni della Chiesa e le nostre. Ma soprattutto è giunto per lui il momento di prendere il posto di Cristo Sacerdote. Ah, ci va da solo in questa battaglia di preghiera. Porterà sulle sue spalle di povero uomo le intenzioni stesse di Cristo Sacerdote. Mio Dio, che vertigine! Allora sì, mio sacerdote, pregherò per te. È giunta l’ora! Sii forte, noi siamo con te!»
Si potrebbe ovviamente continuare questo elenco in molti ambiti, come la distribuzione della comunione da parte del sacerdote ai fedeli, in ginocchio, che si presentano alla balaustra della comunione. Questa separazione tangibile tra la navata e il santuario possiede un grande valore educativo. Gustave Thibon evocava il dramma della società moderna che vuole far credere che si possa entrare ovunque senza barriere.
Ciò che Tom Hanks affermava sulla vita nel film Forrest Gump, si potrebbe dire anche della liturgia riformata: «La nuova messa è come una scatola di cioccolatini, non si sa mai su cosa si capiterà».
Al contrario, la liturgia tradizionale emana una certezza missionaria in quanto rassicura con la sua… sicurezza. Una sicurezza dottrinale, estetica e verticale che ha dato prova di sé nel corso dei secoli. La sua ambizione non è cambiata: rimane fissata sul culto reso a Dio e si difende da ogni spirito di creatività. Quest’ultimo, sebbene possa, naturalmente, essere animato da buone intenzioni, non per questo è esente dalla garanzia di essere preservato da ogni corruzione. Corruzione dell’amor proprio, corruzione della ricerca del sensazionalismo o, peggio, corruzione di derive dottrinali. La liturgia tradizionale, con il suo ieratismo, la sua precisione e il soffio di adorazione e teocentrismo che la sottende, si afferma come un faro nella tempesta. Tutto ciò la rende più che mai missionaria in tempi di turbolenze.
E sotto questo aspetto, non può che avere un futuro roseo davanti a sé.



