Lettera 1433 pubblicata il 4 novembre 2026

LE NOTIZIE DA ROMA

NON SONO RASSERENANTI

IL NODO DELLA QUESTIONE RISIEDE

NELLA PERDITA DEL SENSO DI DIO

A un anno e mezzo dal cambio di pontificato, chi sperava che Leone XIV segnasse una svolta verso destra si ritrova con l’amaro in bocca. Nonostante il viaggio trionfale di Leone XIV in Francia, non si può dire che le notizie provenienti da Roma siano incoraggianti. Nomine vescovili, dichiarazioni pubbliche delle autorità ecclesiastiche: l’atmosfera in Vaticano sembra piuttosto caratterizzata da un’applicazione graduale, ma risoluta, degli orientamenti di Papa Francesco.


Una breve antologia degli ultimi giorni

Lo scorso 8 ottobre, il Papa ha nominato una suora come segretaria aggiunta del Dicastero per l’Evangelizzazione, con l’incarico, in particolare, di presidente delle Opere Pontificie Missionarie. Suor Marie-Thérèse Barron entrerà in carica il 4 gennaio 2027. Durante il Sinodo sulla sinodalità, si era distinta per aver difeso l’ordinazione delle donne, affermando che «alcune donne sentono davvero una vocazione al sacerdozio o al diaconato».

Lo stesso giorno, in Vaticano si è tenuta la prima giornata del seminario dedicato al decimo anniversario di *Amoris laetitia*. Intervenne un’altra consacrata, suor Helen Alford. Quest’ultima, decana della Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino a Roma, ha suggerito che Gesù stesse flirtando con la donna samaritana, nel famoso episodio del pozzo di Giacobbe riportato nel capitolo 4 del Vangelo secondo san Giovanni.

Il 10 ottobre si è poi appreso che mons. Viola, francescano di 61 anni, era stato chiamato a diventare il nuovo arciprete della Basilica di San Pietro a Roma. Questo francescano di 61 anni, dottore in liturgia presso il Pontificio Istituto Sant’Anselmo, era fino ad allora segretario del Dicastero per il Culto Divino. Ispiratore e promotore del Motu proprio Traditionis custodes, mons. Viola ama esprimere il proprio orgoglio nel portare l’anello episcopale di mons. Bugnini, artefice della nuova messa. Secondo quanto riportato, l’influente teologo e laico italiano Andrea Grillo, noto per difendere con forza l’irreversibilità della riforma liturgica, avrebbe confidato alla sua cerchia: «Mons. Viola è più a sinistra di me».

Il 13 ottobre, il cardinale Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino, ha a sua volta dato il colpo di grazia alla liturgia tradizionale, che desidera rinchiudere per sempre in una bara. Secondo lui, l’universo tradizionale «si allontana dal centro del cattolicesimo»; il cardinale ritiene inoltre che i fedeli legati al Vetus Ordo occupino uno spazio sproporzionato nei media ecclesiali, rispetto alle altre componenti della Chiesa. In termini di accoglienza e benevolenza, c’è ancora molta strada da fare…

Infine, a coronamento di tutto ciò, nel numero di ottobre 2026 della rivista intellettuale e progressista di lingua tedesca *Herder Korrespondenz*, il vescovo di Anversa, mons. Johan Bonny, si è espresso sulla questione dei *viri probati* e sul processo sinodale. Spiegando di essersi recato a Roma di propria iniziativa (e al contempo munito di una lettera di sostegno della Conferenza episcopale belga) per difendere il proprio progetto di ordinare a breve uomini sposati, ha potuto incontrare il prefetto del Dicastero per il Clero, nonché il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo. I due cardinali gli hanno risposto che avrebbero trasmesso la questione a Leone XIV. Si noti che il superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, l’abate Davide Pagliarani, non ha goduto delle stesse considerazioni nei mesi che hanno preceduto le ordinazioni del 1° luglio scorso, nonostante il peso numerico della Fraternità San Pio X sia sensibilmente più consistente di quello della diocesi di Anversa.


«Pseudo-teologi diffondono a gran voce le loro elucubrazioni intellettuali»

Di fronte a questo spettacolo in cui ai segnali deboli seguono quelli forti, la guida della Chiesa appare ben lontana dalle aspettative dei cattolici osservanti. Emerge un divario sempre più netto tra una gerarchia segnata dalle manie progressiste e una base di fedeli che, dal canto loro, possono testimoniare le impasse che tali manie producono nella realtà.

Nei suoi ultimi scritti, datati tra il 1967 e il 1970, padre Gaston Courtois osservava: «In questo momento, pseudo-teologi diffondono a tutto spiano le loro elucubrazioni intellettuali, credendo di purificare la fede mentre non fanno altro che turbarla. (…) Il mondo va male. Anche la mia Chiesa è divisa; il mio corpo ne soffre. Le grazie delle vocazioni vengono soffocate e muoiono. Satana è scatenato. Come dopo ogni concilio nella storia della Chiesa, semina ovunque discordia, acceca le menti alle realtà spirituali, indurisce i cuori alle chiamate del mio amore. » (Quando il Signore parla al cuore, n. 346 e 347, Edizioni Médiaspaul)

Nella sua enciclica sul celibato sacerdotale, *Sacerdotalis caelibatus*, del 24 giugno 1967, papa Paolo VI sottolineava già quello che definiva «il nocciolo del problema». Secondo lui, è la perdita o l’indebolimento del senso di Dio che spiegherebbe la crisi delle vocazioni. A 50 anni da quel testo, sono trascorsi 50 anni di pastorale postconciliare e bisogna constatare, ahimè, che è proprio questa perdita del senso di Dio ad apparire come la causa principale della crisi generale della Chiesa. (vedi la nostra lettera n. 1368)


Priorità data all’uomo e non più a Dio

In un articolo pubblicato su *La Vie spirituelle* nel 1946, padre Paissac, o.p., intuiva, da profeta, il grande pericolo che minacciava la Chiesa: «Non abbiamo più il senso di Dio», scriveva. «Questa impressione si impone, se il nostro esame di coscienza è sincero. (…) Si può conoscere un’opera d’arte senza essere un intenditore, senza avere il senso del bello. (…) Avere il senso di una realtà o di un ideale significa avere la capacità non solo di conoscere, ma anche di assaporare, di apprezzare come valore quel punto verso cui ci si orienta. Si è allora protesi in quella direzione e sensibilizzati, come l’ago della bussola: si avverte la minima influenza di quel polo e ci si volge verso di esso d’istinto. »

Per questo domenicano, avere il senso di Dio equivarrebbe a ritrovare quel gusto per la vita contemplativa, una vita che domina tutto il resto perché avrebbe Dio come oggetto. E per avviarsi a essa, sarebbe necessario cominciare ad abbandonare il culto dell’uomo. Proprio come il senso del progresso ha fatto perdere il senso della tradizione, il culto della dignità dell’uomo ha relegato nell’oblio il culto di Dio. «Come il senso della giustizia fa perdere il senso dell’ordine, il senso del mondo umano tende a far perdere il senso di Dio», constata.

Questa priorità data all’uomo e non più a Dio è, per così dire, la caratteristica specifica della modernità. Ed è proprio in questo senso che la liturgia tradizionale si manifesta agli occhi di tutti come una formidabile protesta antimoderna, grazie all’orientamento prioritario che attribuisce a Dio. Ed è proprio questa nota antimoderna a turbare coloro che, all’interno della Chiesa, vorrebbero allinearsi alle idee del mondo, pensando (nel migliore dei casi) di riuscire a spiritualizzarle, a cristianizzarle.

Ciò significa però dimenticare che il significato di un’autentica liturgia consiste proprio nel rappresentare al meglio l’intenzione di Dio. L’unico desiderio delle azioni liturgiche, della loro disposizione e delle rubriche che le regolano, dovrebbe essere quello di piacere a Dio, di dargli soddisfazione, di essere ciò che Egli si aspetta. L’unica passione del culto è Dio. Verso di Lui sono orientati tutti i pensieri, tutti gli atteggiamenti, tutte le emozioni, tutte le melodie. Una liturgia degna e appropriata è quella che ha il senso di Dio. È solo per effetto di capillarità che gli uomini ne traggono beneficio per la loro vita interiore.

Detto questo, si comprende meglio il crescente divario tra l’ecosistema tradizionale e lo spettacolo offerto dagli orientamenti di alcuni attori di questo pontificato. Questo divario funesto non potrà che aumentare finché non sarà invertito da decisioni coraggiose volte a riorientare la rotta della Chiesa verso Dio in primo luogo.

Sotto questo aspetto, il cardinale Roche ha ben ragione a evocare coloro che «si allontanano dal centro del cattolicesimo». Il nostro profondo e storico disaccordo riguarda proprio l’identità di questi ultimi. Con tutto il rispetto, non è necessariamente della Chiesa chi pretende di parlare in suo nome. Per quanto sia cardinale.