Lettera 1349 pubblicata il 27 March 2026

LA RETORICA DEL VATICANO II

LA “RIVELAZIONE” PROGRESSIVA

DI UN VIRUS DIALETTICO MORTALE

UNA RUBRICA
DI PHILIPPE DE LABRIOLLE

Nella lettera di «Paix Liturgique» n. 1347, l’abate Claude Barthe si impegna con maestria a delineare lo spirito e la lettera della rottura contenuta nei capitoli dal 21 al 27 della Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II. Più precisamente, si tratta, ancora oggi, di comprendere la straordinaria implosione magisteriale e giuridica che ha permesso la distruzione della cristianità residua nei paesi cattolici, anziché favorirne una rinascita autentica. E di discernere la causa profonda di questo disastro perennemente negato da episcopati che, dimenticando che ne saranno chiamati a rispondere davanti a Dio, si rifiutano, in nome del Vaticano II, di affliggersi per esso.

L'annuncio della FSSPX, riguardo alle ordinazioni episcopali all'inizio di luglio 2026, è un invito rivolto a papa Leone XIV a convalidare queste prossime ordinazioni, piuttosto che irritarsene. Si tratta di ordinare vescovi certamente cattolici, affinché questi a loro volta ordinino sacerdoti certamente cattolici. Non c'è forse qui, per un papa in carica, una gioia senza miscuglio da condividere con un cuore animato dal solo zelo missionario?

Il papa regnante è pronto a svelare il suo cuore, alla maniera di Célimène, sollecitata in questo da Alceste, che vuole che lei lo segua nel deserto e rinunci, per lui, al mondo frivolo. L'amata, come si sa, volendo l'amato senza rinunciare al mondo, rinuncia all'amato troppo esigente. Leone XIV, che ha ceduto alle richieste della Cina comunista, convaliderà i vescovi designati unilateralmente sulla loro cattolicità, e perché no i sei vescovi consacrati da mons. Williamson, tutti contestatori della presunta autorità del Concilio Vaticano II?

Ciò che lo stato di necessità include per legittimare questo concetto giuridico non è in contraddizione con il Codice di Diritto Canonico del 1983, poiché la priorità della salvezza delle anime è comune a entrambi. La questione non è più quella di sapere se un vescovo dotato di potere di giurisdizione geografica sia identificabile e accessibile, ma se quest'ultimo, secondo quanto afferma la Lumen Gentium «successore e delegato di Cristo», conservi il suo potere di giurisdizione, quindi il suo potere di ordine, se vuole rimanere fedele a Cristo piuttosto che al papa regnante. È la questione che l’abate Barthe solleva, di fatto, osservando con sagacia che il potere proprio, ordinario e immediato definito da LG 27, se ricevuto direttamente da Cristo con il consenso della «suprema autorità della Chiesa», non è per questo meno soggetto al Vicario di Cristo per essere validamente esercitato. Così il vescovo dispone di un potere «proprio» ma condizionato, nonostante o a causa della sua estensione all’intera Chiesa, al beneplacito del papa regnante e alla sua fede personale. Chi dà e chi riprende è il figlio di Satana, si diceva un tempo.

Ogni fedele che rifiuta categoricamente l'ipotesi accademica di un vicario di Cristo infedele a Cristo, e che quindi si indignerebbe per una tale congettura, non potrebbe leggere senza commozione la risposta del Cardinale Re a Mons. Vigano, il quale, scomunicato nel 2024, ha incontrato Sua Eminenza faccia a faccia lo scorso 27 gennaio, e lo ha sentito esprimersi così: «Dobbiamo obbedire al Papa, anche se il Papa non obbedisce più al Signore». Così, il Cardinale, che ha abbastanza lucidità per vedere che il Papa regnante non obbedisce più al Signore, intende mantenere l’obbedienza del fedele al Vicario, nonostante il tradimento del Vicario.

Di fronte a questa aberrazione, che mantiene l’obbedienza incondizionata nonostante l’ingiustizia del Vicario nei confronti di Cristo, la cui disobbedienza è accertata ma senza effetto dirimente, si profila la logica delle pecore di Panurgo, mortifera se mai ce n’è stata una. È Pantagruel contro San Paolo, e il suo anatema contro ogni «nuova rivelazione» che turba la fede dei semplici. Tale è tuttavia la logica di LG 27, indipendentemente dalle ponderazioni contenute in questo stesso capitolo per fungere da eccipiente. Ecco questa logica: il vescovo di Roma è l’unico vescovo con giurisdizione incondizionata. Tutti i vescovi aventi giurisdizione territoriale sono tenuti, sotto il pretesto della comunione, alla sottomissione incondizionata. Ogni vescovo dissidente rischia di perdere la propria giurisdizione geografica, sia che venga destituito sia che si dimetta. Al riprovato non resta che la giurisdizione ordinale, inamovibile ma che può essere interdetta. È l'unica giurisdizione richiesta dalla FSSPX, che considera la possibile interdizione come prova dell'errore romano, e lo stato di necessità come corollario della probabile interdizione romana.

L'abate Barthe evidenzia senza difficoltà la posizione contraria del Concilio rispetto alla teologia episcopale ripetutamente ribadita da Pio XII. La promozione conciliare dei vescovi, la cui giurisdizione territoriale o funzionale diventa la metonimia, o più semplicemente il tallone d'Achille, di ciascuno all'interno di una comunione ipostatizzata alle dimensioni dell'intera Chiesa, li costringe a una parola comune, e unica, quella che il papa regnante approva. Così, il terrificante virus conciliare è riuscito a sviare l’azione missionaria e salvifica del nucleo vitale della Chiesa mettendola al servizio della fraternità universale, quella Babele dei «monoteismi» che cancella il volto di Cristo Redentore, unica Via, Verità e Vita eterna. Un gioco perverso tra attualità e virtualità di ogni «Grandezza», desiderosa di perseverare nell’essere, ricorda a ogni Ordinario la massima di André Gide sull’URSS, nel 1937: «Per essere felici, siate conformi

Non sorprende che le Fraternità tradizionali, la cui esistenza legalizzata, o più esattamente tollerata, non sarebbe stata effettiva senza le consacrazioni del 1988, e alcune delle quali negano qualsiasi debito al riguardo a rischio di una mitologia discutibile, si tormentino nell’anticipare una scelta costosa tra l’incudine e il martello. Tra la loro fedeltà alla Chiesa di sempre, dalla ricompensa differita, e il rifiuto di un silenzio imposto sul dramma che la Chiesa cattolica sta vivendo dal funesto Vaticano II, ricompensato giorno per giorno, anche se misero, dall’Ordinario locale. Per i fedeli degni di questo nome, soldati di Cristo e non guardie svizzere, si profila un chiarimento, che sarà preceduto da molte angosce. Per aumentare lo stress, Rame, secondo la sua logica «virale», non farà altro che ciò che Rame fa dal 1962, ovvero sfidare gli uomini di buona volontà a continuare a pensare come la Chiesa di sempre li ha formati, a rischio della dhimmitudine degli spiriti refrattari alla doxa conciliare. Rame rimane la padrona delle sanzioni, per quanto abusive esse siano.